La mafia del 99

Non è una cosca sicula. Ma ai i lettori di Sacherfire questo post forse evocherà qualcosa: da lui ho preso l’idea di un complotto alimentar-mafioso ai miei danni e da lui anche l’argomento, il cioccolato, di cui è un luminario. Parliamo, quindi, di cioccolato, in ispecie il fondente al 99% che è il mio preferito in assoluto. Mi dà un piacere fisico che pochi altri alimenti causano al mio palato. E’ un piacere che parte dal morso: questo cioccolato è più croccante degli altri, ma non deve essere masticato, come un’ostia deve essere lasciato sciogliersi tra lingua e palato. Dalla lingua diffonde a tutta la bocca, avvolgendola con una sensazione forte e amara, di cui è parte fondamentale la particolare consistenza, la texture di questo cioccolato. Ha infatti un modo di sciogliersi in bocca completamente diverso dagli altri cioccolati: è come se non volesse cedere, se le molecole volessero rimanere attaccate al quadretto della tavoletta e quando l’abbandonano, si diffondono lentamente ma in maniera totalizzante, riempiendo ogni possibile anfratto gustativo, fino al retrobocca e poi alla faringe,e vi rimane a lungo. Molto importante: mentre si scoglie mantiene una consistenza secca, quasi sabbiosa, ti sembra quasi una polvere che arriva lentamente a coprire, stimolandole acutamente, le papille gustative. E poi gli aromi, persistenti, che esala sciogliendosi: ti sembra di sentire note di caffè, l’orzo,  di tabacco, ma poi miracolosamente emerge il dolce. Mia piccola coccola: ne mangio un quadretto alla sera a letto mentre leggo. Addormentarsi con questa forte sensazione in bocca è un piacere cullante. 

Ecco, dal problema della texture nasce questo post. Trovare il cioccolato 99% è diventato quasi  un’impresa: nei supermercati e ipermercati Coop di Modena dove vado abitualmente non l’hanno mia avuto. Trovavo spesso quello della Lindt al minimarket sotto casa a Milano. Da alcuni mesi, la mafia del cioccolato, in accordo con la mafia del pancarrè di Sacherfire, ne impedisce la vendita: sparito. L’altro giorno l’ho trovato in un altro supermarket milanese, ma quello della Novi che non avevo mai provato. Preferisco nettamente quello della Lindt, proprio per la sua consistenza e il modo di sciogliersi in bocca; quello della Novi è meno croccante e si scioglie in maniera troppo grassa, pastosa, colando anarchicamentenella la bocca. Ma intendiamoci: sottigliezze, rimane pur sempre un cioccolato ottimo.

L’unica eccezione che ammetto al 99% è il 73% con le fave di cacao (di Altro Mercato, dal commercio equo e solidale): la mancanza in amarezza è compensata dalla granulosità che si avverte in bocca, che riempie. I frammenti di fave, poi, contribuiscono ad arricchire il gusto con tonalità amare.

Sono drammi

C’è un uomo, 49 anni, che mangerebbe solo fragole. Che da marzo a fine giugno ingurtita circa mezzo chilo di fragole al giorno. Che le mangerebbe tutto l’anno, facendosele mandare anche dalla Tasmania. Che quando inizia la stagione delle fagole, a volte con anticipi anche a fine febbraio, non mangia praticamente altra frutta (a parte la spreumuta di limoni ed arance per colazione e la banana per pranzo).

E poi c’è un uomo, 49 anni, cui l’anno scorso venne il sospetto di essere diventato allergico/intollerante alle fragole. E che quest’anno ne ha avuto la conferma. Che da marzo a (presumibilnente) fine giugno ha una lingua come se l’avesse usata per fare le peggio cose. Che ha costantemente questa sensazione urente in bocca. Che avverte come se la lingua, per le dimensioni, non riuscisse più a stare nella sua loggia. Che nonostante questo continua a mangiare lo stesso quantitativo di fragole.

Non descrivo nei dettagli i segni e i sintomi della glossite, nè tantomeno allego foto. Per carità cristiana.

Rugby, Cecchi Paone e il CT della nazionale di calcio

Da questo articolo ho scoperto che Cecchi Paone continua a scrivere libri: questa volte sui gay nello sport. Ho scoperto anche la storia di Gareth Thomas, uno dei punti di forza della nazionale di rugby gallese che, nel 2009, ha fatto coming-out: la reazione dell’ambiente dimostra, ancora una volta, la superiore civiltà del mondo del rugby rispetto a quello del calcio.  Ma soprattutto leggere le parole del CT della nazionale italiana di calcio, Prandelli, che ha scritto la prefazione al libro di Cecchi Paone,  fa pensare che anche in Italia ci sia una speranza di civiltà, che perfino nel mondo machista del calcio non siano tutti beceri omofobi come Giovanrdi.

I pugni del venerdì

Il fine settimana inizia, per me, il giovedì sera: preparare la borsa per andare a Milano domani già mi mette nello spirito del venerdì e l’idea che per l’ultima volta nella settimana dormo da solo mi manda a letto contento. Dall’autunno scorso c’è un altro motivo per cui amo il venerdì che è diventato il giorno perfetto: ho la lezione settimanale di fitboxe. In ottobre avevo deciso che dovevo rimettermi in forma, non tanto per problemi estetici, di cui ormai mi frega meno di poco, ma per ragioni di salute. Così alle due ore settimanali di pilates ho aggiunto un’ora di just pump (molto pesante ma noioso) e un’ora di fitboxe. Non avrei mai creduto che quest’ultima mi sarebbe piaciuta così tanto, al punto che se per un qualche motivo devo saltare la lezione, mi secca veramente molto. Passare un’ora a prendere a pugni, calci, schiaffoni, gomitate il sacco, senza mai fermarsi di saltellare (foot walk)  mi scarica completamente, libera tutta la tensione accumulata e mi mette nell’umore migliore per il fine settimana. E devo dire che ho avuto molte soddisfazioni: all’inizio non riuscivo a fare nemmeno un terzo delle sequenze, dopo pochi minuti ero al limite dell’infarto, sudavo fino ad avere la maglietta che gocciolava (letteralmente: mentre facevo la doccia si formava una piccola pozzanghera sotto l’appendiabiti dello spogliatoio) e dopo la lezione rimanevo per un paio di ore rosso come un peperone, sudando come un maiale e con una temperatura corporea di almeno 2° al di sopra della norma. Avevo pensato di ritirarmi. Ora, invece, non perdo una sequenza e, se non sono a livello di quello nella foto, mi sento un po’ meno quel sacco di patate che all’inizio vedevo riflesso negli specchi della palestra.

Sale nero delle Haway

Confesso che ho sempre trovato fastidiosamente snob (leggi: cagacazzo) gli amanti della cucina che fanno i sofisticati col sale: e il sale rosa dell’Himalaya, e il sale azzurro della Persia, e il sale di Maras. Ho sempre pensato che il sale è sale e c’è poco da menarsela. Devo ricredermi. Mi han regalato del sale nero delle Haway alla vaniglia Bourbon: è una cosa fantastica. Ha un profumo fortissimo di vaniglia e un gusto leggermente affumicato, meno salato del classico sale marino bianco. Lo uso soprattutto nelle insalate e nei carpacci di pesce e il profumo che si sprigiona dal piatto è quasi inebriante, fa davvero venire l’acquolina: al palato, poi, si avverte un’esaltazione dei sapori che è sorprendente, senza che prevalga il sapore dolce della vaniglia. Sarò cagacazzo anche io?

Avvilente stupidario da laurea

Oggi pomeriggio ha discusso la sua tesi di secondo livello una mia laureanda. Credo sia stata la tesi che più mi ha fatto sputare sangue ed imprecare e pensare che se l’Italia futura è in queste mani, non c’è speranza di salvezza. Questa persona aveva lavorato discretamente bene nel mio laboratorio per un 8-9 mesi  mostrando assiduità e una buona manualità, per cui, quando ho letto la prima tranche di tesi che mi aveva mandato, sono trasecolato: senza un filo logico, superficiale, in un italiano approssimativo. Ma la cosa più agghiacciante era che non aveva capito un’emerita fava di quello che avevamo fatto. La convoco, le spiego bene quello che deve fare. Dopo dieci giorni mi manda una nuova versione dell’introduzione: come se avessi parlato al Trota. Neanche il titolo è giusto, non parliamo del paragrafo “Scopo della tesi” da cui si evince che continua a non avere la più esile idea di che cosa abbiamo fatto, cosa abbiamo voluto dimostrare. Ma il vero capolavoro era il primo paragrafo dei “Materiali e Metodi”, penso che dovrei postarlo sul blog: diciassette righe e mezza senza un punto, con i verbi un po’ all’infinito e un po’ al presente.

Queste cose mi avviliscono molto, mi fan sentire fallito, incapace di trasmettere idee, di coinvolgere.

Tyropita

Un paio di settimane fa F.D.P., il mio ex, mi fa prestato un libro, anzi due, che mi sono affrettato a leggere: quell’uomo, come ben sa Winckelmann, è molto permaloso e si sarebbe offeso mortalmente se non li avessi letti (in realtà penso di averlo comunque urtato perchè oggi gli ho scritto che uno dei due mi ha fatto schifo). Il primo che ho letto si svolge ad Istambul, città che abbiamo visitato assieme e che ci ha affascinato, e per questo motivo’ho letto subito. Si intitola ”La balia” di Petros Markaris, un giallista greco autore di una serie di romanzi che vedono protagonista il commissario Charitos. In questa indagine, il commissario è alle prese con una vecchissima balia che decide di regolare i conti della sua vita e lo fa con il suo cavallo di battaglia culinario, la tyròpita, una torta salata di formaggio con la pasta sfoglia, anzi, la pasta phyllo (che è leggermente diversa). Il modus operandi dell’anziana donna è il seguente. Va in visita a persone che sono state determinanti nella sua vita portando in dono la sua famosa tyropita: se la persona era stata buona con lei, la tyropita è buona, se la persona le aveva fatto del male, la tyropita è condita col parathion, un micidiale insetticida, letale a dosi bassissime. Tutte le vittime della gentile balia muoiono sedute sulla tazza del cesso, in un mare di vomito e diarrea.

A forza di leggere di questa tyropita, me ne è venuta voglia e giovedì scorso, a Milano, l’ho preparata. La notte seguente mi sono svegliato con una gran nausea e mal di pancia: una gastroenterite micidiale da cui mi devo ancora riprendere, 3 giorni a letto (praticamente tutte le vacanze pasquali) con crampi per la disidratazione, mal di testa, astenia, un collasso cardio-circolatorio, dolori muscolari ovunque. Quella notte, mentre, seduto sulla tazza, emettevo liquidi nauseabondi contemporaneamente dai due orifizi terminali del tubo gastroenterico, pensavo alla balia….

Le voci della sera

Natalia Ginzburg è una scrittrice che amo moltissimo: leggerla, e rileggarla, mi fare stare bene, anche se la tristezza, a volte l’angoscia, è il sentimento che prevale durante la lettura. Ma ogni suo romanzo è come se mi desse un tassello in più nella comprensione dell’animo umano. C’è una serie di romanzi brevi scritti tra la fine della Guerra e l’inizio degli anni ’60 che secondo me rappresenta la sua produzione migliore. Tra questi il mio preferito, per me la migliore opera della Ginzburg, ancor più di Lessico Famgiliare, è “Le voci della sera”, pubblicato nel ’61. Una brevissima avvertenza all’inizio del romanzo dice: “In questo racconto, i luoghi e i personaggi sono immaginari. Gli uni non si trovano sulla carta geografica, gli altri non vivono, nè sono mai vissuti, in nessuna parte del mondo. E mi dispiace, avendoli amati come fossero veri”. Anche io li amo e mi dispiace abbandonarli quando il racconto si chiude. Ogni volta che lo rileggo, è come ritrovare persone conosciute, tutte care, anche se per motivi diversi: il Purillo, il Barba Tommaso, il Tommasino, Elsa e la sua logorroica madre, il Balotta, le bimbe Bottiglia e la Magna Maria. Ritrovo un’atmosfera famigliare, forse anche perchè, ancorchè il paese è di fantasia, pur si delinea come un borgo sulle colline torinesi e quindi non lontano dal paese, tra Ligura e Piemonte, da cui proviene la mia famiglia materna, dove ho passato tutte le mie vacanze di infanzia e adolescenza: stesse atmosfere di paese e stesse figure bislacche.

“Le voci della sera”, come dice il titolo, è un romanzo fatto quasi interamente di dialoghi, il continuo cicaleccio di paese, nel cui fluire incessante passa la vita; il tutto immerso in un’atmosfera crepuscolare non tanto perchè il racconto si apre e si chiude con un dialogo serale (quasi un monologo) tra la madre di Elsa e la taciturna figlia, la narratrice-protagonista un po’ defilata, quanto perchè tutta la narrazione ha il senso del finire, del perdersi, dello sciuparsi: quella sensazione, quasi irreparabile, che ti prende alla sera. E mentre leggi, ti echeggiano in testa le parole ripetute da tanti personaggi del romanzo: “Ma perchè si è sciupato tutto, tutto?“. Ogni persongaggio si trova a vivere questa condizione di spreco, di sciupio della vita, che sfugge via e non lascia niente: solo chi riesce a farsi bastare quel poco che le mani possono trattenere – niente di concreto, ma solo fantasie, illusioni e ricordi – riesce a tollerare la vita. I personaggi di questo romanzo sono tutti pieni di miserie, ma ognuno ha il suo lato umano, spesso tenero e alla fine si trova qualcosa da amare anche nei più sgradevoli. Sono tutti dei perdenti, perchè anche coloro che raggiungono successi, hanno un pesante carico di sconfitte.

-La Raffaella – disse – certo non pensa di essere infelice. Ha sotterrato tutti i suoi pensieri. E’ infelice, ma fa in modo di non dirselo per poter vivere.  E d’altronde – disse- si finisce sempre col vivere così.

-…Quello che vado pensando lo racconto un poco a me stesso, e poi lo sotterro. Poi, a poco a poco, non racconterò nemmeno più niente a me stesso. Sotterrerò tutto subito, ogni vago pensiero, prima ancora che prenda forma.   – Ma questo – dissi ,- vuol dire essere infelice.  -Non c’è dubbio – disse, – vuol dire essere molto infelice. Ma succede a tanta di quella gente. Una persona, ad un certo momento, non vuole più vedere in faccia la propria anima. Perchè ha paura, se la guarda in faccia, di non trovare più il coraggio di vivere.

Amo molto lo stile della Ginzburg, scarno, asciutto. E’ una narrazione piana, colloquiale, intima, plasmata sul linguaggio di tutti i giorni, fatta di frasi brevi, con scarsa punteggiatura (mancano del tutto i due punti e i punto e virgola) e subordinazione sintattica. Sembra una lingua facile, banale ma è invece frutto di un lavoro molto duro. E’ uno stile che ti mette in diretto contatto con i personaggi, crea un’intimità tra lettore e personaggio e per questo si finisce per amare questi protagonisti, come se li si fosse sempre visti girare per le vie del paese.

PS La breve prefazione che ho citato all’inizio è quasi un unicum nella produzione della Ginzburg. Ha sentito la necessità di scriverla forse perchè nella famiglia De Francisci, attorno cui ruota tutto il romanzo, si intravede in filigrana la famiglia Olivetti: il Balotta, capo famiglia, è infatti un industriale filantropo, socialista, antifascista, anticonformista più interessato al benessere dei suoi operai che al suo guadagno: non ci vuole molta fantasia per leggervi uno schizzo di Adriano Olivetti

L’accento verdiano

Se dovessi spiegare ad un profano cos’è l’accento verdiano non credo riuscirei a farlo a parole: mi verrebbero tante cose da dire (cantar grande, nobiltà d’accento, la piena del sentimento contentua solo ed esclusivamente nella linea di un canto intenso ma regale) che girerebbero intorno al concetto senza renderlo appieno. Ho invece in mente un esempio musicale che lo rappresenta perfettamente, ne è la quintessenza (e che ogni volta che ascolto mi trasmette una forte emozione). Sono due frasi, una in risposta dell’altra, nel momento culminante del duetto Aida-Amonasro: quando  (al minuto 6’15″) il padre esorta la figlia con le parole “Pensa che un popolo vinto, straziato solo per te risorger può” e Aida risponde: “O patria! o patria, quanto mi costi!” Senza cantarsi addosso, senza lacerarsi platealmente le vesti, i due cantanti devono dare fondo alle loro capacità vocali ed interpretative per arrivare direttamente nel cuore dell’ascoltatore, mantenedo una linea di canto nobile con un’intensità di suono tale da dominare lo spesso tessuto orchestrale (con quegli archi incalzanti ed in crescendo che creano come dei marosi che si infrangono sulla povera Aida, vinta ancor più del suo popolo). E qui, Leontyne Price, per me l’Aida per definizione, ne dà un esempio paradigmatico (un po’ meno Ettore Bastianini).

A mio avviso, la Price è stata l’ultima grande interprete veramente verdiana, ché le sue colleghe più o meno coeve Caballé, Scotto, Freni, Kabaivanska, pur avendo lasciato alcune interpretazioni verdiane eccellenti, non erano delle vere verdiane, mancavano appunto dell’autentico accento verdiano. Forse solo Maria Chiara la si può considerare prettamente verdiana, ma certo il suo fascino vocale non era paragonabile a quello della Price.

La linea della bellezza

Di Hollinghurst avevo letto, quando era uscito a metà degli anni ’90, “La biblioteca della piscina” che mi era piaciuto. Però, non essendo un cultore accanito di narrativa gay, quelli che non si perdono un libro a tema, non avevo più letto niente di questo autore britannico, colto e raffinato. Quest’ultimo romanzo, uscito già alcuni anni fa, mi è piaciuto davvero molto. E’ di dimensioni cospicue, quasi seicento pagine, con una narrazione di tipo ottocentesco: è un vero omaggio al grande romanzo di tradizione, più specificamente un omaggio ad Herny James. Il Maestro, infatti, non è evocato solo nello stile (descrizioni estese e minuziose; periodare lungo ed articolato in molte subordinate; considerazioni ambigue di difficile interpretazione, tipiche dell’ultimo James) ma anche dal fatto che il protagonista, Nick, giovane laureato in letteratura ad Oxford, ne è un cultore e per buona parte del romanzo è impegnato a scrivere la sua tesi di dottorato su James e, verso la fine, a realizzare un film tratto da un romanzo del Maestro, “Le spoglie di Poyton”, di cui ha scritto la sceneggiatura.

L’azione si svolge nell’Inghilterra thatcheriana nell’arco di 4 anni, dal 1983 al 1987: suddivisa in tre parti, le prime due più corpose  si svolgono rispettivamente nell’83 e nell’86 e la terza, più breve, ma che dà il senso a tutta la vicenda, nell’87. Durante questo periodo il protagonista, Nick Guest (cognome programmatico, visto che vive in una condizione di ospite permanente), proveniente dalla working class, vive ospite nella lussuosa dimora della famiglia di un suo compagno di Oxford, figlio di un membro influente del Partito Conservatore e di una nobildonna di prestigioso casato. All’inizio del romanzo troviamo Nick da poco arrivato nella casa, affascinato dalla sua bellezza. Questa prima parte del romanzo si configura come un’educazione sentimentale del giovane neolaureato con aspirazioni di critico letterario, infatuato della bellezza e di Henry James, che rappresenta per lui la quintessenza dello stile: scopre l’amore e il sesso in un giovane proletario di colore, ma scopre anche la bellezza del lusso. Con un salto brusco di 3 anni, che lascia nel vuoto la storia d’amore appena iniziata, nella seconda parte ritroviamo Nick impegnato in una relazione molto aperta e segreta con un bellissimo ragazzo libanese, ricco quanto depravato, suo ex compagno di Oxford, “size queen” dedita a sesso sfrenato e promiscuo, accompagnato da fiumi di cocaina e alcool. Il Partito Conservatore è ai massimi storici del consenso e il padre dell’amico di Nick è nel frattempo diventato membro del governo della Iron Lady. Siamo al vertice della popolarità della Thatcher, che aleggia su tutto il romanzo come una potenza oscura, amatisisma e temutissima, il suo ritratto troneggiante su caminetti e tavolini di tutte le principesche dimore che Nick si trova a frequentare grazie ai suoi amici conservatori. Alla fine di questa seconda parte, durante un party dato dagli ospiti di Nick in onore del Primo Ministro, la Thatcher fa finalmente la sua comparsa nel romanzo, come una diva trepidamente attesa dal suo pubblico: entra circondata da un allure di prima donna ed esce ubriaca, dopo aver ballato anche con Nick, avvinghiati come due innamorati.

Fino a questo punto abbiamo letto 450 pagine di descrizioni meticolose di splendide dimore, di ricevimenti sontuosi, di scopate sfrenate, di carriere politiche, di vacanze in luoghi da cartolina; 450 pagine di dettagliate analisi di ogni più piccolo moto dell’anima; 450 pagine scritte benissimo. Ma col progredire della lettura cresce il senso di vuoto, come di una bellezza fine a se stessa, che sfiora a tratti la noia: a che pro tutto ciò? Poi arriva la terza parte del romanzo che dà un senso tragico a tanta bellezza: la vita presenta il conto, la bellezza si paga. Ed è un pugno nello stomaco. Il padre dell’amico di Nick viene rieletto con un margine scarsissimo, primo scricchiolio dello strapotere conservatore, e inizia la sua parabola discendente che terminerà con uno scandalo sessuale. L’AIDS fa stragi e attorno a Nick amanti e amici cadono come mosche. Alla fine Nick stesso viene coinvolto in uno scandalo e, tra file di giornalisti del gossip, è costretto a lasciare definitivamente la casa che lo ha ospitato per 4 anni.

Come in “Le spoglie di Poyton” di Henry James da cui Nick vuole realizzare un film che verrà spazzato via dal vento gelido dell’AIDS, anche in questo caso al centro della narrazione c’è una casa e infatti il romanzo si apre e chiude su di essa: Nick da poco vi è entrato quando il romanzo si apre e nelle ultime pagine la lascia, emblema di una bellezza che, sappiamo già, continuerà ad inseguire per il resto della vita. Per paradosso, beffa estrema, lui, stregato dalla bellezza delle dimore storiche in sui si è trovato a vivere per 4 anni, è destinato ad ereditare dall’amante libanese un nuovissimo, orribile edificio nel cuore di Londra, parto di una qualche archistar di grido.

La linea della bellezza cui fa riferimento il titolo è un elemento decorativo barocco, quella specie di doppio ricciolo, la S sdraiata che troviamo sulla facciata di molte chiese (e anche nella cassa del violino). Nick è stregato da questa figura e la ricerca ovunque. Ma nella sua discesa della scala morale che parallela l’ascesa nel bel mondo esclusivo, la linea della bellezza viene anche a coincidere con le linee delle piste di coca che Nick consuma sempre più conpulsivamente. La linea della bellezza, il doppio ricciolo, diventa così rappresentazione del percorso di Nick: così come i due estremi della linea sono vicini ma separati dalla linea stessa, così alla fine ritroviamo il protagonista  quasi identico a com’era all’inizio, ma non più se stesso, privato della casa e della bellezza.

Un romanzo veramente bello, sotto ogni punto di vista, autentica letteratura, che si lascia le mille miglia dietro i romanzi dei più o meno coetanei autori gay americani di maggior grido, quali Leavitt e Cunningham, che nel confronto, paiono degli sfornatori di prodotti commerciali.

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