Di Hollinghurst avevo letto, quando era uscito a metà degli anni ’90, “La biblioteca della piscina” che mi era piaciuto. Però, non essendo un cultore accanito di narrativa gay, quelli che non si perdono un libro a tema, non avevo più letto niente di questo autore britannico, colto e raffinato. Quest’ultimo romanzo, uscito già alcuni anni fa, mi è piaciuto davvero molto. E’ di dimensioni cospicue, quasi seicento pagine, con una narrazione di tipo ottocentesco: è un vero omaggio al grande romanzo di tradizione, più specificamente un omaggio ad Herny James. Il Maestro, infatti, non è evocato solo nello stile (descrizioni estese e minuziose; periodare lungo ed articolato in molte subordinate; considerazioni ambigue di difficile interpretazione, tipiche dell’ultimo James) ma anche dal fatto che il protagonista, Nick, giovane laureato in letteratura ad Oxford, ne è un cultore e per buona parte del romanzo è impegnato a scrivere la sua tesi di dottorato su James e, verso la fine, a realizzare un film tratto da un romanzo del Maestro, “Le spoglie di Poyton”, di cui ha scritto la sceneggiatura.
L’azione si svolge nell’Inghilterra thatcheriana nell’arco di 4 anni, dal 1983 al 1987: suddivisa in tre parti, le prime due più corpose si svolgono rispettivamente nell’83 e nell’86 e la terza, più breve, ma che dà il senso a tutta la vicenda, nell’87. Durante questo periodo il protagonista, Nick Guest (cognome programmatico, visto che vive in una condizione di ospite permanente), proveniente dalla working class, vive ospite nella lussuosa dimora della famiglia di un suo compagno di Oxford, figlio di un membro influente del Partito Conservatore e di una nobildonna di prestigioso casato. All’inizio del romanzo troviamo Nick da poco arrivato nella casa, affascinato dalla sua bellezza. Questa prima parte del romanzo si configura come un’educazione sentimentale del giovane neolaureato con aspirazioni di critico letterario, infatuato della bellezza e di Henry James, che rappresenta per lui la quintessenza dello stile: scopre l’amore e il sesso in un giovane proletario di colore, ma scopre anche la bellezza del lusso. Con un salto brusco di 3 anni, che lascia nel vuoto la storia d’amore appena iniziata, nella seconda parte ritroviamo Nick impegnato in una relazione molto aperta e segreta con un bellissimo ragazzo libanese, ricco quanto depravato, suo ex compagno di Oxford, “size queen” dedita a sesso sfrenato e promiscuo, accompagnato da fiumi di cocaina e alcool. Il Partito Conservatore è ai massimi storici del consenso e il padre dell’amico di Nick è nel frattempo diventato membro del governo della Iron Lady. Siamo al vertice della popolarità della Thatcher, che aleggia su tutto il romanzo come una potenza oscura, amatisisma e temutissima, il suo ritratto troneggiante su caminetti e tavolini di tutte le principesche dimore che Nick si trova a frequentare grazie ai suoi amici conservatori. Alla fine di questa seconda parte, durante un party dato dagli ospiti di Nick in onore del Primo Ministro, la Thatcher fa finalmente la sua comparsa nel romanzo, come una diva trepidamente attesa dal suo pubblico: entra circondata da un allure di prima donna ed esce ubriaca, dopo aver ballato anche con Nick, avvinghiati come due innamorati.
Fino a questo punto abbiamo letto 450 pagine di descrizioni meticolose di splendide dimore, di ricevimenti sontuosi, di scopate sfrenate, di carriere politiche, di vacanze in luoghi da cartolina; 450 pagine di dettagliate analisi di ogni più piccolo moto dell’anima; 450 pagine scritte benissimo. Ma col progredire della lettura cresce il senso di vuoto, come di una bellezza fine a se stessa, che sfiora a tratti la noia: a che pro tutto ciò? Poi arriva la terza parte del romanzo che dà un senso tragico a tanta bellezza: la vita presenta il conto, la bellezza si paga. Ed è un pugno nello stomaco. Il padre dell’amico di Nick viene rieletto con un margine scarsissimo, primo scricchiolio dello strapotere conservatore, e inizia la sua parabola discendente che terminerà con uno scandalo sessuale. L’AIDS fa stragi e attorno a Nick amanti e amici cadono come mosche. Alla fine Nick stesso viene coinvolto in uno scandalo e, tra file di giornalisti del gossip, è costretto a lasciare definitivamente la casa che lo ha ospitato per 4 anni.
Come in “Le spoglie di Poyton” di Henry James da cui Nick vuole realizzare un film che verrà spazzato via dal vento gelido dell’AIDS, anche in questo caso al centro della narrazione c’è una casa e infatti il romanzo si apre e chiude su di essa: Nick da poco vi è entrato quando il romanzo si apre e nelle ultime pagine la lascia, emblema di una bellezza che, sappiamo già, continuerà ad inseguire per il resto della vita. Per paradosso, beffa estrema, lui, stregato dalla bellezza delle dimore storiche in sui si è trovato a vivere per 4 anni, è destinato ad ereditare dall’amante libanese un nuovissimo, orribile edificio nel cuore di Londra, parto di una qualche archistar di grido.
La linea della bellezza cui fa riferimento il titolo è un elemento decorativo barocco, quella specie di doppio ricciolo, la S sdraiata che troviamo sulla facciata di molte chiese (e anche nella cassa del violino). Nick è stregato da questa figura e la ricerca ovunque. Ma nella sua discesa della scala morale che parallela l’ascesa nel bel mondo esclusivo, la linea della bellezza viene anche a coincidere con le linee delle piste di coca che Nick consuma sempre più conpulsivamente. La linea della bellezza, il doppio ricciolo, diventa così rappresentazione del percorso di Nick: così come i due estremi della linea sono vicini ma separati dalla linea stessa, così alla fine ritroviamo il protagonista quasi identico a com’era all’inizio, ma non più se stesso, privato della casa e della bellezza.
Un romanzo veramente bello, sotto ogni punto di vista, autentica letteratura, che si lascia le mille miglia dietro i romanzi dei più o meno coetanei autori gay americani di maggior grido, quali Leavitt e Cunningham, che nel confronto, paiono degli sfornatori di prodotti commerciali.
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