La cura Schopenhauer

A volta mi capita, mentre sono in libreria, di essere conquistato da un libro, da tutto il suo insieme: la copertina, il titolo, la trama, le notizie biografiche, tutto mi spinge a comprarlo. Così è stato con questo libro. Trattandosi però di un tomo di oltre 450 pagine e, conoscendomi che quando inizio un libro difficilmente riesco a lasciarlo a mezzo anche se non mi piace, ho resistito alla tentazione di farlosubito mio. A casa ho letto alcune recensioni sul web che mi han convinto a prenderlo. Se anche non posso condividere gli entusiasmi delle recensioni lette, posso certamente dire che mi è piaciuto e che ho letto con somma partecipazione, tanto che le 450 pagine se ne sono volate vie in pochissimi giorni (anche complice la tracheo-bronchite post-natalizia). L’autore è professore emerito di psichiatria alla Stanford University e, accanto ad una copiosa attività saggistica (particolarmente incentrata sulla psicoterapia di gruppo), ha pubblicato quattro romanzi, di cui questo è il terzo e i cui titoli (“Le Lacrime di Nietzsche”, “Il problema di Spinoza”)  danno conto della sua grandissima passione per la filosofia.

“La cura Schopenhauer” è un’opera ibrida dove, accanto alla narrazione della storia principale, l’ultimo anno di vita del protagonista, uno psicoanalista cui è stato diagnosticato un melanoma che gli lascia, appunto, un anno di vita, ci sono altri due piani: la biografia psicologica di Arthur Schopenhauer e il resoconto molto dettagliato, quasi fosse la ripresa con una videocamera, delle sedute di psicoterapia del gruppo che ha deciso di continuare a seguire finchè la malattia lo lascia in condizioni di farlo. Forse trapela qua e là l’ambizione che avrebbe voluto che i tre piani narrativi fossero in realtà prospettive diverse per leggere la realtà della vita, del suo significato di fronte all’improvviso materializzarsi delle morte. Ma proprio qui sta, secondo me, il punto debole del romanzo: in realtà i piani narrativi rimanogno abbastanza separati, giustapposti, anche se sicuramente il filo che li unisce è molto evidente. Spesso, l’elemento didattico (l’autore è anche didatta di psicoterapia) emerge troppo spiccatamente non tanto nelle pagine biografiche su Schopenhauer, quanto piuttosto nelle pagine dedicate alle sedute del gruppo, che è la porzione di gran lunga più consistente, e avvincente, del romanzo: si avverte quasi che la diagnosi di melanoma e la biografia del filosofo del Pessimismo non siano che degli espedienti per raccontare gli incontri settimanali del gruppo con un mal celato intento didattico. In più punti, infatti, il resoconto così meticoloso delle sedute dà la sensazione di una relazione fatta per essere analizzata e studiata assieme ai praticanti psicoterapeuti. Come dicevo, questa è la parte meglio riuscita: Yalom, infatti, riesce a far entrare anche il lettore nelle dinamiche del gruppo tanto che non solo viene il desiderio ansioso di leggere come il gruppo evolve, ma anche il lettore si sente chiamato in causa e, se non a voce alta come fanno i partecipante del gruppo, viene comunque naturale chiedersi delle proprie intime reazioni ai vari interventi e cosa diremmo se fossimo in quella stanza coinvolti da quel groviglio complesso di interazioni umane: induce ad un’autonalisi non superficiale e, nel mio caso, anche ad un continuo ripensamento della mia esperienza psicanalitica.

E’ stata una lettura molto interessante: in Italia la psicoterpia di gruppo non è così diffusa come negli Stati Uniti, da noi è più limitata a gruppi con specifici problemi e quindi siamo più abitutati al racconto (letterario o cinemtografico) della seduta di psicoterapia singola. Quindi questo libro è stato anche molto stimolante per la visione sui vari aspetti della psicanalisi americana, compresa la filosofia clinica o counseling filosofico, cioè la possibilità, attraverso il sapere filosofico, di fornire aiuto nel dare un senso, un valore alla vita, nel cercare di attenuare la sofferenza psicologica: non sapevo neanche che esistesse.

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