Ciabatta ai 7 cereali e ai 4 semi

Maggio2012_ 029E’ una bomba. Ce ne mangiamo una pagnotta intera, appena sfornato. Oggi non ho resistito e, ancora caldo, ce ne siamo sbafate diverse fette con sopra un filo di olio umbro (di quello buono buono). Lo faccio con le tre farine della foto: metà Maggio2012_ 041farina bianca e un quarto di ciascuna delle altre due, lievito di birra attivato in acqua tiepida con zucchero, sale, due abbondanti prese di semi di finocchio (che si aggiungono a quelli già presenti nelle farine, girasole e sesamo), acqua calda q.b per ottenere una palla molto molto morbida. Dopo una prima lievitazione di un’ora, impasto ancora e lo metto sulla teglia dandogli la forma; spennello la superficie con acqua e ricopro di semi di papavero e sesamo. Altre 2 ore di lievitazione (a 40°C), poi in forno a 200°C: subito 2-3 min. con il grill superiore per fargli venire una buona crosta, poi 20 min. senza grill e altri 10 a 170°C.

Come far felice un uomo

Maggio2012_ 034Ho la fortuna che A. ama diversi piatti molto basic, semplici e veloci. Il verbo non è scelto a caso: gli piacciono davvero molto, li desidera, se li pregusta. Uno di questi l’ho fatto oggi: uova con asparagi. Basta poco per prenderlo per la gola.

Quest’anno mi si è scatenata una voglia incontenibile di asparagi: questa settimana li ho fatti tre volte. Per fortuna alla Coop era in offerta questa confezione da 1,5 kg ad un prezzo davvero conveniente. Prima della fine della stagione accenderò un mutuo e comprerò quelli bianchi, che da noi hanno prezzi da gioielleria. Maggio2012_ 040

Festa della mamma

Maggio2012_ 038Questa sera, mentre scattavo la foto di un fiammeggiante tramonto dalla finestra della mia cucina, pensavo tristemente  a quante ore deve  avere passato mia mamma affacciata a questa stessa finestra. Da quando me la ricordo, soffrì sempre di grave depressione, non curata per moltissimi anni e mal curata per altrettanti. Passare i pomeriggi a guardare senza interesse la televisione o la fetta di mondo visibile da quella finestra era una delle sue poche risorse. Sicuramente avrà visto molti tramonti iridescenti come questo, o forse anche più belli, ma non era in grado di goderne.

Akazienbaum

acacia 001Giugno è famoso per il profumo invadente ed inebriante dei tigli. E’ il vero segnale di inizio dell’estate e quel profumo insinuante, che entra dalle finestre spalancate per i primi caldi sembra il simbolo stesso delle promesse dell’estate. Ma a maggio fioriscono le acacie (o più correttamente le robinie, precisamente robinie pseudoacacie) e il loro profumo è per me ancora più buono e sensuale. Mi inebria. Mi illanguidisce. I fiori, poi, così simili a quelli del glicine, sono splendidi, come ho già detto qua. Andando al lavoro in bicicletta, passo per un viale fiancheggiato da alte acacie che formano una volta completa: in questi giorni è una galleria bianca dolce come il miele. Inalo ad ogni pedalata come fossi un asmatico nel pieno di una crisi. Tra pochi giorni per terra sarà un tappeto bianco, come un’infiorata da festa patronale di paese: sarà tutto finito. Così è il destino dei fiori.

In campagna, poi, lungo le rive di fiumi e canali il tripudio bianco delle robinie si unisce a quello dei sambuchi, anch’essi in fiore adesso, altrettanto dolci e profumati: uno spettacolo per gli occhi e per l’olfatto.

Inevitabilmente al fiorire delle acacie mi viene in mente un passaggio di September, il secondo dei Vier Letzte Lieder di Richard Strauss, per anni il mio favorito tra i quattro. Golden tropft Blatt um Blatt/Nieder vom hohen Akazienbaum. Anche se lì siamo alla fine della stagione, nel piovoso autunno che vede trascolorare l’oro dell’estate in gocce di pioggia che cadono sulle foglie di acacia, per me le robinie in fiore sono sempre quelle di quel giardino musicale. In quel punto la musica diventa di una mollezza, di un languore estenuato che a me ricorda comunque il profumo dei fiori di acacia: quel lied evoca forse appunto il ricordo ormai lontano, lavato dalla pioggia autunnale, della bellezza di maggio.

Torta di frangipane al profumo di arancia

frangipaneIl frangipane, di antichissime origini (si crede addirittura francescane),  è un impasto a base di mandorle che può essere usato per farcire torte da forno e crostate, e in questo caso assume una consistenza secca, tipo amaretti morbidi, oppure oppure come crema per dolci al cucchiaio. In ogni modo è semplicemente divino: profumatissimo, ha un sapore delicato, rotondo che ti riempie la bocca e ti costringe a mangiarne ancora. E ancora.

Per la frolla della base ho unito 300 g di farina con 150 g di burro, 1 uovo intero più un tuorlo, 150 g di zucchero, una bustina di vanillina, la buccia grattugiata di un’arancia (con anche un po’ di parte bianca per dare un gusto più deciso), un pizzico di sale. Dopo avere impastato, la solita sosta di un’ora in frigo.

Per la salsa di arancia: la buccia grattugiata e il succo spremuto (io ci metto anche parte della polpa, escludendo i semi) di un’arancia vanno uniti a 3 cucchiai colmi di zucchero a velo vanigliato e un cucchiaio colmo di amido di mais. Si mescola bene, si fa scaldare pochi minuti fino a quando comincia a rapprendersi: se diventa troppo denso e colloso, aggiungere un p0′ di acqua tiepida o altro succo d’arancia fino a renderlo spalmabile.

Per il frangipane: 150 g di farina di mandorle, 100 g di farina, 100 g di burro, 100 g di zucchero a velo vanigliato, 2 uova, un pizzico di scorza grattugiata di arancia, 10-12 mandorle tagliate grossolanamente. Si monta il burro con lo zucchero fino a renderlo una spuma sofficissima, poi si aggiungono gli altri ingredienti.

Stendere la frolla e buchettarla con la forchetta; spalmarci sopra la salsa di arancia e versare poi il frangipane; decorare sopra con abbondanti mandorle lamellate (quasi a fare uno strato continuo). Cuocere in forno a 180° per 35-40′. Io ho usato uno stampo troppo grosso per cui lo strato di frangipane era un po’ basso e con questa cottura  si è leggermente asciugato troppo. To be improved.

Paradisiaca, può indurre dipendenza ed assuefazione.

Un ricordo di Francesco B.

Scrivendo nel post di ieri del glicine che c’era in un giardino lungo il tragitto tra casa mia e la scuola elementare, mi è tornato alla mente il ricordo di una morte che mi colpì molto. Quando ero in seconda elementare Francesco B. , un compagno di classe, cominciò a fare molte assenze: con gran mistero e facce addolorate la maestra e i nostri genitori ci dicevano che aveva una grave malattia; a qualcuno scappò che era leucemia. Morì nel giro di breve tempo. Non so se fosse già malato quando avevamo iniziato la prima, ma certo è che da quando cominciò a circolare la voce che era seriamente malato a quando morì passò poco tempo. Lo ricordo molto vagamente: un bambino schivo, riservato, dolce, educato. Me lo ricordo biondo e pallido, ma forse questo è solo frutto di sovrapposizioni successive, ma soprattutto bello.  Andavamo d’accordo ma non avemmo tempo per sviluppare l’amicizia. Ricordo che in prima aveva fatto una festa nella sua casa molto bella ed elegante: ricordo solo un’atmosfera ovattata, genitori belli e affabili. Francesco B., sempre pulito, ordinato, studioso, disponibile, bello mi trasmetteva l’immagine di un bambino fortunato e privilegiato, molto amato dai genitori. La vita gli ha però tolto assai presto quanto gli aveva elargito generosamente. E’ vago anche il ricordo di quando andammo, tutta la classe, a dargli l’ultimo saluto: l’atmosfera ovattata della casa si era trasformata in un silenzio agghiacciante. Non ricordo i suoi genitori: ricordo solo la piccola bara bianca con lui dentro. Bello e pallidissimo. Per diverse notti lo rividi nei miei incubi. Per anni ho tenuto tra le cose più care il santino in suo ricordo. Ero sicuro che da là dov’era, Francesco mi avrebbe protetto.

La parola leucemia era sussurrata, quasi con la paura che, a pronunciarla, quella terribile malattia potesse colpire anche noi. La maestra, all’inizio delle assenze, ci disse che Francesco aveva una malattia del sangue: quello che non riesco a rievocare dai meandri della memoria è come venne fuori la storia della puntura di spina. Ce lo disse la maestra per esorcizzare la malattia che può colpire casualmente come un cecchino impazzito qualsiasi bambino? me lo disse mio padre? me lo inventai io? Fatto sta che credevo che questa malattia del sangue Francesco se la fosse presa pungendosi con una rosa. E qui mi ricongiungo col giardino del glicine. Sul muro di quel giardino crescevano (e crescono ancora) delle magnifiche rose rampicanti. Mentre andavamo a scuola, in quel periodo, dicevo a mio padre che mi accompagnava sempre (per questo penso che possa essere stato lui a mettermi quell’idea) che Francesco si era ammalato pungendosi con le rose di quel giardino, per le quali, per qualche anno, nutrii un po’ di paura. Il nesso tra Francesco e quelle rose mi sfugge, visto che non abitava in quella casa e nemmeno vicino: comunque a lungo ho creduto che pungendosi con le spine delle rose ci si infettasse con qualche strano germe che causava poi la leucemia.

Il glicine neghittoso

50Compl 059Buona parte dei regali che ricevuto per il compleanno consiste in piante. Aggiunte a quelle che avevo da poco comprato, compongono un terrazzo che oramai si sviluppa su più livelli. Questo è solo un lato, uno dei più affollati. Ogni anno si ripete la stessa cosa: in primavera mi prende l’acquisto compulsivo di fiori e piante, poi a luglio, quando è ora di mettere il sistema di irrigazione automatico, bestemmio come un turco infedele perché non so come organizzare il circuito idrico senza che alcune piante muoiano per siccità altre per eccesso di acqua.glicine

Come ogni appassionato di fiori, ho la mia spina nel fianco. Il glicine. E’ un bastardo, lo odio. Fin da bambino ho sempre adorato questa pianta. Ricordo come nella strada tra casa mia e la scuola elementare ci fosse un giardino con un grande glicine che ricopriva il muro di cinta: in aprile era uno spettacolo. Ci passavo sotto, mi fermavo ad ammirare ed ad occhi chiusi aspiravo l’intenso profumo. Dei fiori di glicine mi piace appunto il profumo (che è una delle fragranze che preferisco per la lampada catalitica), ma anche il colore (però mi piace pure nella varietà bianca) e, soprattutto, la forma: quei grossi grappoli corposi che cascano mollemente dai rami sono splendidi. Per questo amo anche molto i fiori di robinia e di maggiociondolo, del tutto simili. Orbene, nel 2007 quando sono venuto ad abitare in questa casa, ho messo a dimora questo glicine. Non ha mai fiorito. Mai. Nemmeno un misero grappolino striminzito. Niente. Ho letto che impiegano anche 6-7 anni a fare la prima fioritura, ma considerando che quando l’ho acquistato doveva già averne almeno un paio, i conti non tornano: questo non vuole fiorire. Ogni anno spero che muoia, in estate per una qualche bolla di calore subtropicale, in inverno per una gelata. Resiste. E’ una lotta sorda tra noi: io prodigo cure ma spero che muoia. Quella patere è nefasta per le piante, per una cattiva collocazione rispetto all’insolazione  e alla circolazione d’aria: si sono ammalate e morte tutte le altre piante che vi avevo collocato (un gelsomino falso, uno vero, due clematidi, un rosmarino, una rosa antica). Il glicine no. Lui resiste. Si fa beffe di me. Sta lì solo per fare foglie secche che da luglio in avanti mi inondano il terrazzo, in una produzione continua fino a dicembre. Ma se il prossimo anno non fiorisce, gli faccio io una bella beffa: compro un glicine già in fiore e lo piazzo di fianco a lui.

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