Oggi Leontyne Price compie 85 anni: auguri!
Se, pistola alla tempia, dovessi scegliere un’unica cantante di cui portarmi i dischi su un’isola deserta, sceglierei lei. Non che sia la più brava, non che non mi mancherebbero (ahi quanto!) i dischi della Sutherland, della Callas, della Horne, della Steber,
della Freni, della Caballé, della Valtentini-Terrani, della Verrett, ma la voce della Price è quella che più mi prende dentro. Pur non esenti da mende, alcune interpretazioni della Price sono per me insuperabili, in certi ruoli ha detto la parola finale: il Requiem verdiano, Ballo in maschera, Aida, Trovatore, Tosca e Carmen. Ma la amo anche moltissimo in Fiordiligi, Donna Anna, Donna Elvira, nelle sue interpretazioni straussiane (i suoi Vier Letzte Lieder sono tra i miei favoriti) e trovo anche affascinante, ancorché insolita, una sua Tatiana dell’ Eugene Onegin cantata in inglese al Met. Della Price amo innanzitutto il colore della voce che ha in sé la cupa rilucentezza del bronzo fuso, la morbidezza di un velluto pregiato arabescato in oro e la lucentezza notturna di un plenilunio estivo. Mi affascinano le sue cavate piene, lucenti, i suoi acuti folgoranti a tutte le altezze sempre rotondi, pieni, timbrati, il suo legato da manuale capace di creare arcate sonore ora compatte ora filate con dolcezza. Trovo irresistile il suo registro medio e grave, così rorido di carnale, ma mai volgare, sensualità. Come ho scritto qua a proposito di un’aria dell’Aida, la sua voce mi evoca maliose sinestesie musicali; anche in Tosca, in quella bellissima
pagina che è “Non la sospiri la nostra casetta?”, quando dice “dai boschi e dai roveti, dall’arse erbe, dall’imo dei franti sepolcreti odorosi di timo la notte escon bisbigli”: ecco, nella sua voce io sento tutti i profumi dell’estate nella campagna romana, il caldo stesso ci sento.
Oltre ad essere stata una cantante strepitosa, la Price si impegnò sempre molto attivamente nelle battaglie per i diritti degli afro-americani contro la segregazione razziale e, nel campo dell’arte, è una figura chiave in questa lotta. Nata nel profondo sud (Missisippi), cominciò a scontrarsi col razzismo e la discriminazione durante la sua educazione musicale. Arrivato il momento delle prime esibizioni pubbliche, erano i primi anni ’50, anni in cui per i cantanti neri le tavole del palcoscencio in America erano pressochè precluse e le loro carriere si svolgevano esclusivamente nell’attività concertistica. Ciò che accadde al grandissimo contralto Marian Anderson che, nella sua lunga carriera, cantò una sola
volta in teatro, divenendo così la prima cantante nera a cantare al Met (Ulrica del Ballo in Maschera, nel 1955 – non a caso un personaggio di indovina nera, cui nel libretto dell’opera ci si riferisce come “dell’immondo sangue dei negri”). Anche la Price, all’inizio, pensò di dedicarsi esclusivamente all’attività concertistica, ma per fortuna una serie di incontri fortunati, tra cui quello con Herbert von Karajan, cambiarono il suo destino. L’amore di Karajan per la Price fu uno dei suoi più lunghi e, possiamo dire, anche dei meglio riposti (bello fia il tacere sui cantanti da lui protetti nei suoi ultimi anni di carriera) e diede dei meravigliosi frutti, compresa la più bella incisione di Carmen, un Don Giovanni live da Salisburgo semplicemente fenomenale (vedi foto qui sopra con la Schwarzkopf) e vari Requiem con la Cossotto, Pavarotti e Ghiaurov. Se la Price non fu la prima cantante nera a cantare al Met, fu però la prima ad essere ingaggiata dal Met, nel 1953, per cantare in un concerto di beneficienza organizzato dal Met al Ritz Hotel.
Dopo i travolgenti successi in Europa, arrivò anche per lei il debuto nel più prestigioso teatro americano, consacrazione anelata da ogni cantante americano: nel 1961, in uno storico Trovatore in cui debuttava anche Corelli, 35 minuti di applausi alla fine. Nel 1966 fu protagonista dell’inaugurazione del nuovo Metropolitan, al Lincoln Center, con “Anthony and Cleopatra”, scritto per lei dal suo amico Samuel Barber. La Price fu sicuramente la prima cantante di colore a costruire la sua carriera al Met, divenendone per almeno tre lustri la regina indiscussa (e vi cantò fino al 1985) e la prima cantante nera ad essere pagata a cachet pieno.
Una cugina di mia mamma che, essendo moglie di un comandante di marina ebbe una vita molto da jet set internazionale, ebbe l’occasione di conoscerla. Fu invitata nella sua bellissima e vasta casa al Village dove, mi raccontò, la Price viveva da sola con un maggiordomo. Gay. E lei era lesbica. Non garantisco sull’attendibilità dell’informazione, ma mi piace pensare che sia vero.

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